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Sei anni fa stavo per arrivare qui. Ora, sei anni dopo, questi luoghi mi mancano sempre di più...


Scarsa loquacità e molta inclinazione al litigio.
Questa la spleen della settimana uscente.
E con questo ho detto tutto.
Eppure, nell'ordine: sono sfuggita ad un folle (e molto ubriaco) camionista austriaco (sì, parlo proprio di te, caro alcolizzato che nottetempo lunedì scorso non hai trovato di meglio da fare che prodigarti in uno slalom degno del miglior Miller sulle corsie dell'A4, sfiorare l'incidente con un ignaro ed innocente camion parcheggiato in una piazzola di sosta, accarezzare mille mila volte il guard raill, inchiodare ogni tanto, così, per rendere più affascinante l'osservarti. Credo tu non abbia gradito il mio averti sorpassato, perché ti sei lanciato al mio inseguimento. Ma la mia Bukowski te (uomodimmmerda) e il tuo camion (dimmmerda) se li mangia a colazione, e perciò ti ho seminato laggiù da qualche parte nella bassa. Spero comunque tu ti sia spiaccicato contro qualcosa di più grosso di te. Amen e vaffanculo)
Tornando all'ordine: lunedì sfuggita al folle, evitato martedì sera vigile (e seguente multa), visione (ahhhh magnifica visione) di lost, mercoledì aperitivo e chiacchiere con N. (grazie, sempre), sempre mercoledì una giovine fanciulla non ha avuto niente di meglio da fare che appellarmi con un 'bella troia' (grazie fanciullina, i complimenti mi riempiono sempre di gioia. E pensare che io mi sono sempre vista solo 'carina'), giovedì evitato ancora il solito vigile (e sempre seguente multa). Credo che nel corso di questa settimana sia successo anche qualcosa di poco piacevole al governo e ai suoi prodi, ma devo ancora capire bene cosa :-)
Dopo una così bella settimana non riesco a spiegarmi il perché del mio lieve scazzo.
Che sia genetico?
Vita pulsante, vita che non ti scivola solo accanto ma ti entra dentro. Un fiume di vita, vita in movimento. Adoro Londra, il profumo delle sue strade, le luci, i colori, e i suoni. Londra che non è mai sfacciata anche nell'esasperazione del suo esprimere vita amore rabbia e morte. Sempre con un tono quasi sommesso, mi si mostrava nella sua bellezza. Non ti grida in faccia Londra, Londra ti si mostra quasi vergognandosi. Ti offre strade e vicoli, lusso e miseria, bianco e nero, ed è sempre lei. E' tutto lei. Londra non è città, Londra è vita. E' vita il negozio sotto casa, dove l'indianino (ciao Jim) ti sorride quando al mattino scendi ancora con il pigiama a comperare il latte, e sempre lui ti sorride la notte quando torni a casa e ti accorgi che hai finito sigarette e bibite e ti fermi da lui per comperarle. E' vita Kensington Park, vita di impiegati che durante la pausa pranzo nelle giornate di sole si riversano sui prati, si tolgono giacca e cravatta, si stendono a terra e mangiano quell'assurdo cibo take away (Mark's and Spencer il vostro cibo era gustoso, giuro! e nemmeno un po' assurdo). E' vita cercare Craven Road 7 e scoprire che no, Dylan Dog non abita lì. E' vita la baby sitter in divisa che scorta, non porta, al parco il figlio di, la figlia di, i figli di. E' vita anche la statua di Peter Pan che ho trovato quasi per sbaglio. E' vita Soho, con quei deliziosi locali con il parrot che sventola sopra la porta. E' vita perdersi a Londra, alle tre di mattina, quando, finito il lavoro, decidi di tornartene a casa a piedi senza accorgerti che hai preso la direzione sbagliata e solo un'ora dopo ti decidi a fermare un taxi e quasi vergognandoti quando il taxista ti chiede cosa ci facevi lì tutta sola tu gli dici che ti sei persa, ma solo un po'. E' vita il camminare per Londra, incontrando visi, colori e abitudini. E' vita il non avere una meta e camminare camminare camminare, con gli occhi che bevono una realtà così speciale che ti dà alla testa. Londra ti ubriaca. Londra ti fa innamorare e poi non ti vuol più lasciar andar via. Londra ti si dà, senza essere puttana, ti si offre, sta a te prenderla come deve essere presa. Londra è emozione. Londra è non essere stranieri dove tutti lo sono e nessuno lo è. Londra è ridere mentre per strada si cammina bevendo caffè e si decide dove passare la serata e la notte. Londra è il tube, con quell’odore che ti entra nel naso, con le sue scale mobili che ti portano così in basso a volte che pensi che il centro della terra deve essere poco lontano, ti inghiotte con le sue gallerie sotterranee; è quel vento caldo che esce dalle gallerie ed annuncia l’arrivo della metro mentre sei sulla plattform ad aspettare, mind the gap e poi si sale, e a volte si è così pigiati che non occorre nemmeno reggersi per poter rimanere in piedi, e a volte invece sei l’unica persona in tutto il vagone e pensi sorridendo con un filo d’ansia a tutti i film che hai visto in cui la sfigata protagonista viaggiatrice notturna, in solitaria, si trova faccia a faccia con il mostro sbucato dal vagone accanto, e pensi che quella potrebbe essere la tua corsa per l’inferno, e le gallerie le corsie preferenziali per qualche girone di dannati, ma poi l’ansia si allontana e il sorriso si distende, perché immaginare l’orrore non ti è mai riuscito in quelle gallerie buie e rumorose, su quei vagoni deserti. L’orrore è altrove, non è qui, perché anche laggiù arriva la vita di Londra. E ti lasci coccolare dal movimento, dal suono, e pensi alle migliaia di vite che sono passate da lì prima di te, alle migliaia di persone che si sono sedute dove stai seduta tu ora, e provi ad immaginare, senza riuscirci, i loro pensieri, i loro sogni. E se non fai attenzione non ti accorgi che la prossima fermata è la tua. Ed ora le scale mobili ti portano verso l’alto, verso il mondo che avevi abbandonato, lassù. Londra è il suo dedalo di gallerie, è la sua vita sommersa che non lo è mai del tutto. Londra. A quella Londra che ho vissuto ed amato, alla sua metropolitana dedico queste foto. Perché è sempre viaggio, è sempre vita, e la prossima fermata è la mia, devo scendere, ma non è la meta, è solo un’altra tappa.






31 agosto 1998, ore…direi ore implose.
Credo che le stelle ci siano ancora tutte, così pure sole e luna. Il mondo è ancora qui, e continua ancora a girare. Eppure qualcosa di stonato c'è. Cos'è cambiato? Mi guardo allo specchio e cerco su di me l'ombra del passato. Forse è nel viso più magro, negli occhi più scavati, o nel pallore. Ero rosa una volta, ora sono bianca, e il mio sguardo è sfuggente. Non pongo più molta attenzione alle cose che mi circondano. Non ne vedo la necessità e mi manca la forza. L'attenzione è tutta rivolta al mio io, quell'io così fottutamente incapace di resistere e di andare avanti, quell'io che, dannazione a lui, inciampa in continuazione, cade, si rialza e poi ricade ancora. Notti e giorni, uguali, inutili, faticosi, infiniti. E non passano le ore, non passano i minuti. Guardi l'orologio e vorresti spingere le lancette, avanti, molto avanti, così avanti da arrivare alla fine del tempo. Per evitare la sofferenza del tempo che non passa mai. Del tempo che pesa. Del tempo che ti si appoggia addosso, ti cola addosso, come pece, e tutto ingarbuglia, e tutto confonde. E la vita sono le piume di un’oca appena spiumata, che ti ricoprono, che ti chiudono gli occhi, ti entrano in bocca, e ti fanno tossire. Schifose piume, schifosa pece, schifoso io, schifoso tempo. Tempo che non passa. E ti ritrovi a pensare che non dovresti pensare. E ti ritrovi a desiderare di non provare desiderio alcuno. Cerchi l'interruttore, lo cerchi nel solito posto, dove l'hai sempre trovato. Ma non c'è più. Che sia dannato anche l'interruttore. Lasciati trovare, lasciati trovare anche questa volta. Ho bisogno di spegnermi. Ricoperta di pece e piume, mi sento addosso il male del mondo, ho addosso la paura, ho addosso l'angoscia delle notti future e dei giorni che verranno. Ho l'anima che brucia e non verrà la pioggia questa volta, questa volta no. E incespico, con le mie piume e la mia pece, un incespicare continuo, ricoperta di dolore mascherato dalle piume. E le liscio, talvolta, queste mie piume, per nascondermi meglio il dolore, per fingere che mi piacciano. Ma oggi mi sono guardata allo specchio, e no, non mi piacciono le mie piume. Ho provato a toglierle, una per una. Ma più mi spogliavo delle piume e più brillava il dolore. E allora ho smesso. Dolore. Il dolore che si espone anche quando lo mascheri bene, il dolore che ha vita propria, il dolore che non ne vuol sapere di andarsene via. Sempre lì. A ricordarti quello che era, tanto, tanto tempo prima. E ricordo allora che quel dolore una volta era felicità, era attesa, era sentire, era avere. E quando si è trasformato in dolore? Quando è stato? Non posso pensare che sia sempre stato dolore mascherato. Chi ti ha cercato? Chi ti ha voluto? Chi ti ha messo sulla mia strada? Soave era, era purezza. Per te, per colpa tua, grazie a te. Sempre oltre, sempre di più. Hai preso, hai donato, hai succhiato, hai morso, hai strappato. Devastato. Mio carnefice amato, mio unico pensiero in questo tempo immobile, mio amato puro dolore. Avanza, avanza ancora. Non lasciare incompiuta la devastazione. Che c’è di peggio di una mezza rovina? Non lasciare feriti sul campo, avanza e dai la pace. Prendi quello che rimane, di questo tempo immobile, di questa vita incespicante, di questo dolore che una volta aveva un altro nome, ma non ricordo più quale.
Avrei dovuto ascoltare la mia anima prima di muovere un solo passo; io mi spostavo verso te, lei si voleva da te allontanare, e me la sono trascinata appresso, fardello leggero, come leggeri erano i passi che a te mi conducevano, come leggera era la mia risata, e chiari gli occhi. Ed ora anche l’anima oscilla nell’immobilità del tempo, trema un poco, solo un poco. E nemmeno lei trova riposo, la sento scivolare lungo il muro la notte, la sento guaire piano, incapace di ritrovare il senso della luce. E il suo lamento è musica, e le piume… le vedi ora? vedi come si muovono ora lente? sto ballando per te, dolore. Sfiorami ancora mentre ti scivolo accanto, sfiora le mie piume, la mia pece, il mio dolore, tu, dolore che di me sei il dolore, senti sotto le tue dita la tua esistenza. E poi spegnimi, tu che lo puoi fare, perché se non facesse così male potrei pensare che è amore.

Sono passata a salutarti oggi, e ad augurarti buon compleanno. Ho accarezzato il tuo viso e ti ho raccontato le ultime novità mentre spostavo le foglie cadute su di te. I tuoi occhi mi sorridevano.
Vorrei ritrovare la tua mano. Quand'è stato che l'ho persa? Vorrei ritrovare le sue carezze. Quante volte quelle mani hanno tenuto strette le mie. Quante volte mi hanno accarezzata. Le tue mani mi hanno insegnato ad allacciarmi le scarpe, a farmi il segno della croce. Le tue mani posate in grembo, la sera, accanto al fuoco. Le tue mani che creavano. Le tue mani che cucinavano. Tu ed io, in cucina, a preparare il pane fatto in casa. Tu che mi insegnavi, io che ti stavo ad ascoltare e a guardare. Le tue mani che sgranavano il rosario e io ti stavo ad ascoltare, rapita, nel sentire quelle parole così misteriose strane. E allora mi insegnavi il latino ed io come un pappagallino ripetevo dopo di te. Nel rifare i letti, al mattino, mi sedevo sul mio cagnolino rosa e ti dicevo 'ascoltami nonna' e recitavo delle preghiere che ti facevano sorridere. Le tue mani che la domenica mattina infilavano quasi di nascosto nelle mie tasche i soldini perchè ero stata brava durante la settimana, o perché non lo ero stata. Le tue mani che prima di accompagnarmi all'asilo infilavano nastri tra i miei capelli quando erano ancora così chiari da sembrare bianchi. E poi, cresciuta, me li accarezzavi e dicevi 'che razza di colore ti sei fatta...' ed io ti rispondevo sorridendo 'per assomigliarti un po' ". Le tue mani che non so quando, non so come, sono diventate fragili e delicate. Le mani dell'inverno. Con l'unico ornamento della fede nuziale. Quanto erano belle le tue mani. Quanto hanno vissuto. Cosa darei per una tua carezza ancora, cosa darei per risentirle sul mio viso. E l'ultima volta che le ho toccate erano ancora calde, e ti guardavo, e volevo poter credere di averti vista muovere, volevo fingere di sentirti ancora respirare. Perché avrei voluto avere ancora tempo. Tempo per stringere le tue mani e sentire che tu stringevi le mie. Non sono diventata una brava bambina, sai? Ho sangue cattivo nelle vene, ho sangue bastardo...avessi avuto solo il tuo sangue sarei diventata un'altra persona, una persona della quale tu saresti stata fiera. Io di te sono fiera. Io ti guardavo e imparavo da te ad essere migliore, imparavo l'onore e la fierezza, imparavo la lealtà e il coraggio, imparavo a tenere la testa alta, a non abbassare lo sguardo. Imparavo che la vita va vissuta e non evitata. Quanti sbagli non mi perdonerò, quante mancanze non mi potrò perdonare mai. Troppo presto sei andata via, troppo presto. Ho ancora bisogno delle tue carezze, sai? Tutto di te mi manca. Tutto.


Gli occhi avevano bisogno di ritrovare questo lago. Mi ricorda momenti sereni del mio passato. I giochi in acqua con Andy, le arrampicate con Jaime ed il rimanere seduta accanto al fuoco con Brad. Si parlava un misto di cileno e americano, e nonostante tutto ci si capiva sempre. Jaime delicato, silenzioso e così schivo, Andy che nascondeva sotto la sua aria di bel ragazzo biondo con gli occhi azzurri uno spirito irrequieto e Brad...Brad era semplicemente anima, vita, voglia di andare oltre. Con Brad ho fatto la mia prima rapida di quinto grado. Giù, nella gola del canyon, con il torrente in piena. Noi due sul gommone, gli altri arrampicati sulle rocce ci guardavano, e scommetto pensavano che non ce l'avremmo fatta. E infatti non è stato uno scherzo. Adrenalina e brividi, emozioni che ci cadevano addosso come l'acqua che ci colpiva da tutte le parti. Sentivo la forza del torrente che urlava sotto di noi, attorno a noi. E il passaggio tra quelle due rocce doveva essere perfetto, non potevamo sbagliare, altrimenti ... altrimenti saremmo finiti prima in acqua e poi contro le rocce. E non sarebbe stata una cosa piacevole, per niente. Era veramente rabbioso il torrente quel giorno, colpa dei temporali dei giorni precedenti. E sembrava infinito, pagaiavamo e lottavamo contro la corrente, e sapevamo che ne saremmo usciti vincitori. Lo sentivamo. Sapevamo che avremmo domato la corrente e che ci saremmo ritrovati in acque tranquille e avremmo poi flippato. Il volo con il gommone e dal gommone, così liberatorio come le nostre urla di gioia. E ridevo. Io rido sempre quando scendo le rapide. Le sento vive e mi fanno sentire viva. Mi ero distratta...stavo parlando di Brad e sono scivolata nei miei ricordi delle rapide e delle discese lungo il fiume. Torno a Brad ora. Brad che mi lascia sempre rimanere 'in prima' sul gommone, perché sa che mi piace vedere le onde arrivare, sa che mi piace sentirmi sovrastare dal muro d'acqua, sa che rido quando vedo la rapida avvicinarsi. Brad che una notte ha dormito con me, che ha tenuto il suo corpo caldo stretto al mio ghiacciato, e che mi ha detto le parole giuste. Brad che aveva capito ancor prima che io parlassi. Brad che ha saputo tenere lontano non un fantasma ma una realtà per me troppo pesante da sopportare. Brad che mi guardava con occhi sorridenti, sempre. Brad che mi chiamava 'mi guapa', e quando giocavamo a biliardo mi sfotteva per le assurde posizioni che ero solita assumere per colpire quelle dannate palle. Brad che davanti al fuoco mi raccontava i fiumi che aveva vissuto, le rapide che aveva affrontato. Brad che mi chiedeva perchè non potevo partire con lui. Sono trascorsi due anni. Due anni di lontananza e di assenza, due anni di mail. Jaime è tornato in Cile, Andy vive in Canada e Brad credo se la stia spassando in CostaRica. Non hanno mai smesso di scendere lungo i fiumi. Come non ho smesso io. Quella di due anni fa... che estate! Ed oggi sono tornata al lago che ci ha visti tutti e quattro assieme. Ed ho ripercorso lo stesso sentiero, ho ritrovato la spiaggia, ho ritrovato il luogo dove abbiamo acceso il fuoco. Ho ritrovato i ricordi e le emozioni di quei giorni. Non ho ritrovato i miei amici speciali. Non li ho ritrovati fisicamente, ma con gli occhi della mente e del cuore erano lì con me. Non si vedono nelle foto, ma ci sono, ci siamo. Siamo ancora lì, tutti e quattro. E sorrido quando guardo le foto e mi ritrovo con loro.

Dormivo a casa dei miei genitori questa notte di dieci anni fa. Mi era sembrata la cosa giusta da fare. Da due anni non dormivo in quello che era stato il mio letto. E al mattino sono uscita, accompagnata da mamma, papà e mia sorella. Sorridevo.
Mi aspettavi.
Ci siamo detti 'sì' .
Era solo amore.