accarezzo il mio spleen e sussurro...

lascialo gridare: è solo vita

Eccomi

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martedì, 31 marzo 2009

sarà che non dormo bene in questo periodo, sarà che mi sveglio più e più e più volte a notte, sarà che quando riesco a dormire faccio incubi schifosi, sarà che da quanto mi spaventano mi sveglio con la paura che mi bussa al cervello, sarà che allora balzo dal letto e corro a chiudere la porta della camera e già che ci sono la chiudo pure a chiave, sarà che non riesco più a trovare la mia posizione per la nanna, sarà che sbuffo e risbuffo perché Morfeo sembra essersi dimenticato di me, sarà il nuovo lavoro, i nuovi colleghi, sarà la primavera in arrivo che mi sballa, sarà la mia solita insoddisfazione, sarà il vedere che niente è come vorrei che fosse, sarà il sapere che niente mi dà piacere, sarà un po' di spleen.
Sarà tutto questo, e anche qualcos'altro, ma io proprio non ce la faccio più. Ho bisogno di staccare il cervello, spegnermi per un po'. L'inutilità e il non senso di questa vita mi si sono palesati...
uffff

Postato da: spleen a 09:26 | link | commenti (3) |

lunedì, 30 marzo 2009

buttavo carta e tu forbici,
forbici e tu sasso,
sasso e tu carta,
...
bah, meglio se mi dedico ad un altro gioco

Postato da: spleen a 14:18 | link | commenti |

venerdì, 27 marzo 2009

I nuovi colleghi sono tutti dei piccoli mostri (pure i vecchi erano mostriciattoli, ma erano i miei debosciatelli). Il nuovo lavoro mi spossa e m'affatica (pure il precedente non era una passeggiata, ma almeno era una fatica che conoscevo da anni). Il nuovo ufficio è troppo luminoso e troppo caldo (pure l'altro era luminoso, ma almeno l'amica mia mi permetteva di spegnere le luci, qui no...). Dalle nuove finestre vedo il parco (dal vecchio ufficio vedevo i monti). Qui i pavimenti sono di marmo, i tappeti son veri tappeti antichi e provenienti da chissà dove, i lampadari son di cristallo, le porte dell'ufficio di legno pregiato (il vecchio ufficio era più spartano ma il lusso non implica e non indica migliore qualità sia di lavoro sia dei mostriciattoli/colleghi).
Tutto questo per dire che a me i cambiamenti intervenuti non sono piaciuti proprio per niente 

Postato da: spleen a 08:58 | link | commenti |

giovedì, 26 marzo 2009

Non posso essere Penelope. Ho tessuto per anni di notte quella tela in tua attesa e poi, quando il giorno entrava nella stanza e mi rendevo conto che tu non eri arrivato, che tu non c'eri, quella tela non solo la disfavo, ma la bruciavo. E per farlo non usavo il fuoco, quello lo accendevo la notte, per riscaldarmi mentre tessevo. Per bruciarla usavo un uomo ogni tanto.
Ma davvero non sono Penelope: fare e disfare, sapendo che tu non saresti mai arrivato, alla fine ha fatto solo del male a me. Tu eri sempre altrove, eri dove volevi, eri per altri mari, perso in altre battaglie, inseguendo altri sogni, altre donne. E mai io sono stata la tua Penelope. Mai hai pensato a me come tuo arrivo. Ero un semplice mezzo, quando la tua paura era troppo grande, per arrivare indenne all'alba. La tua alba. Non la mia. Io all'alba non arrivavo mai indenne: vi arrivavo con dita che sanguinavano, con occhi stanchi, con il viso di chi ha sperato troppo a lungo e per troppe volte è stato deluso,  con un peso troppo grave da portare e con un male al cuore che a volte spaventava. E le giornate non erano leggere: c'era sempre quella tela, quella dannata tela, quel dannato te, che mi pesava sul cuore.
E allora mi andava bene anche lui, lui che voleva solo scoparmi, lui che mi veniva a prendere al lavoro e che mi portava nel bosco, al tramonto, in macchina, veloci, spogliarsi, scoparsi, godere. Era l'unico sistema per imbrogliare la mente, per distrarla, per sterminare il tuo pensiero in me. "Scopami, scopami tanto, scopami forte", così gli dicevo, e più forte lui mi scopava più io desideravo non desiderarti.
Ma oltre non riuscivo ad andare: gli davo quello che potevo volergli dare, non sono mai riuscita a dargli quello che avevo per te. O forse quello che tu hai preso a me. Niente labbra, mai un bacio, mai un timido sfiorarsi, mai un dubbio su cosa volere. Ma finito l'orgasmo, quando l'onda mi riportava giù, mi rivestivo, non lo guardavo nemmeno e tornavo correndo dalla tela. Impaziente, in ansia. Di te.
Nemmeno questo hai capito. Nemmeno un briciolo di me hai capito. Tu che con quel tuo sì mi hai fatta prigioniera di me stessa e di quella fottuta tela.
Ti chiedevo di lasciarmi libera, e tu non lo volevi fare.
Ti chiedevo d'amarmi, e tu non lo potevi fare.
Cosa potevo fare io allora? Dimmelo, cosa potevo fare?
Ti ridarò il tuo anello. Ridammi la mia chiave.

Postato da: spleen a 17:33 | link | commenti |

giovedì, 12 marzo 2009

lei mi chiedeva perché.
Non c'è un solo perché, amica mia. C'è un'infinità di tanti piccoli perché e di motivi, che messi l'uno accanto all'altro hanno formato il rosario del mio dolore. Quel dolore che non lascia segni sulle braccia ma che come un fiume mi scava dentro, e ad ogni piena si porta via altri pezzi di me. Crollano le mie rive in lui.
Questo era uno dei perché. Per questo non riuscivo ad andare via: lui mi teneva legata con corde che non volevo tagliare perché mi sono sempre piaciuti i fiumi in piena.
L'altro...l'altro mi lega le mani al letto e si getta su di me. Ha fame e mi lascia segni. Ma di quei segni, lo sai, posso anche farne a meno. Sono giochi che ho già fatto, niente di più e niente di meno. E' uno svago, è prendersi una vacanza. Ero forse un po' stanca di quell'attesa.
Ma tu mi chiedi perché non riuscivo a togliermi M dalla testa mentre l'altro nella mia testa non lo faccio nemmeno entrare.
Perché M mi ha fottuto il cuore.
L'altro mi ha scopato tra le gambe.

Postato da: spleen a 12:32 | link | commenti |

mercoledì, 11 marzo 2009
delle frasi trovate nei baci perugina

Chiedete al rospo che cosa sia la bellezza e vi risponderà che è la femmina del rospo.
- Voltaire -

Postato da: spleen a 09:30 | link | commenti |

martedì, 10 marzo 2009

annegavo, e tu eri sassi nelle mie tasche.
Ma nonostante tutto, nonostante te, nonostante me, ho tolto un sasso alla volta, metro dopo metro, mentre scendevo sempre più giù, in quel mare scuro, ti toglievo. Ed alla fine non c'erano più sassi.
Ma non era ancora la salvezza.
La salvezza era quel cancello che io volevo rimanesse chiuso, per essere di te preda e collezione.
L'ho spalancato per dare il benvenuto al mondo, al lupo, alla paura. Ma lo sguardo, oh lo sguardo, dapprima prigioniero del recinto ora spazia estasiato e si delizia di quello che vede, di quello che finora mi ero impedita di desiderare.
Ora c'è un lupo che mi aspetta, mi ha già assaggiata. Tu non mi mordevi, non mi volevi, e lasciavi morire la mia voglia.
Lui mi guarda, ed io vado verso di lui.
La vittima ed il carnefice si sono riconosciuti.

Postato da: spleen a 11:39 | link | commenti |

lunedì, 09 marzo 2009

l'effimero piacere che nasce e muore tra le gambe
quanto può dare e quanto può togliere

 

Postato da: spleen a 10:24 | link | commenti |

sabato, 07 marzo 2009

L'invito è arrivato inaspettato, ho cincischiato solo un paio di secondi prima di accettare. Aperitivo post cena, e serata finalmente sgombra da quel pensiero pesante e insistente. Quel pensiero che non mi permetteva di lasciarmi andare. Era come un segnale di divieto che mi lampeggiava sempre nella mente. Venerdì non c'è stato. Venerdì è stata una sera libera. Una sera di parole e risate e sorrisi e sguardi. Un uomo, che sorrideva con me, che parlava con me, che non aveva paura a parlare e ad ascoltare. E non è stato per vendetta o per noia. E' stato piacere. E' stato ritrovare sensazioni che non provavo da troppo tempo. E' stato sentire labbra che cercavano le mie. Mani che mi stringevano. Occhi che hanno detto più delle parole. E' stato un calore che ha sciolto un po' quel freddo che vivo da tempo.

Postato da: spleen a 18:43 | link | commenti (1) |

giovedì, 05 marzo 2009

Ho mandato un sos. Non ha ricevuto risposta. In compenso ho appurato che nonostante tutto mi so salvare da sola. Certo ancora la retta via non ho ritrovato e vado a vanti un po' così, a casaccio. Ma l'importante è continuare a respirare. E così faccio io, un respiro dopo l'altro, magari inframezzati da un sospiro o da una lunga pausa. E' nelle pause che annegando nel non respirare ci si ritrova . Ma poi ingoio un po' d'aria e tutto torna normale.

Ieri sera mi ha telefonato A.. Che strano uomo. Non mi ha fatto assaggiare la sua torta di mele. Peccato. La prossima settimana se ne parte, va a Shanghai. Nei secoli dei secoli, in teoria. Comunque se un giorno capiterò da quelle parti andrò a mangiare nel ristorante dove lavora (sempre se sopravvive: è uomo, talvolta, che si lascia prendere dall'ebrezza del vivere e si butta nei casini più assurdi senza preoccuparsi degli effetti. Ma se vuoi lanciarti con il paracadute assicurati prima d'averlo indossato).

Ho la rogna carogna che non solo staziona sulle mie spalle ma mi è entrata nel sangue.
Sono nervosetta ed incline alla zuffa. Però sto bene, a parte un po' d'ansia, un po' di tachicardia, l'insonnia, i pensieri negativi, il broncio, il pessimo umore, lo scazzo facile, le rispostacce alle domande idiote. Fortuna vuole che nevichi sui monti. Un po' mi risolleva lo spirito.

Amen.

Postato da: spleen a 12:38 | link | commenti (2) |